ESG, Greenwashing e il problema della comunicazione contemporanea

Sebastiano Tessari
Sebastiano Tessari
Founder

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La sostenibilità è diventata un linguaggio.
E quando un linguaggio si diffonde troppo velocemente, rischia di perdere precisione.
Negli ultimi anni le aziende hanno iniziato a parlare sempre più di impatto, responsabilità, valori, transizione, purpose. Ma più il linguaggio ESG si è diffuso, più è diventato difficile distinguere la sostanza dalla rappresentazione.

Oggi il problema non riguarda soltanto il greenwashing inteso come pratica scorretta.
Riguarda qualcosa di più sottile.
La distanza tra ciò che un’azienda è e il modo in cui sceglie di rappresentarsi.
Molte organizzazioni non stanno necessariamente mentendo. Stanno però utilizzando un linguaggio sostenibile senza averne realmente costruito la struttura. Ed è qui che nasce il problema. Perché la sostenibilità non è un tone of voice, né un’estetica, né un insieme di parole corrette. È una questione di coerenza tra cultura, processi, governance, decisioni e comunicazione.
Quando questa coerenza manca, anche il linguaggio più corretto rischia di apparire artificiale.

Per anni la sostenibilità è stata raccontata attraverso codici visivi e narrativi molto riconoscibili. Colori, immagini naturali, lessico etico, promesse di cambiamento, dichiarazioni di impegno. Con il tempo però questi codici si sono standardizzati, fino a diventare spesso intercambiabili.
E quando tutto comunica sostenibilità nello stesso modo, la comunicazione smette di costruire fiducia.
Diventa rumore.
Questo però non significa che la comunicazione abbia perso importanza. Anzi.

La comunicazione ha un ruolo fondamentale nella costruzione di un pensiero contemporaneo legato alla sostenibilità. Le aziende, i media, i brand e le istituzioni contribuiscono ogni giorno a definire il modo in cui le persone interpretano temi come ambiente, responsabilità, impatto e futuro.
Il problema nasce quando la comunicazione smette di essere uno strumento di chiarificazione e diventa una sovrastruttura narrativa.

Comunicare sostenibilità non dovrebbe significare aggiungere un linguaggio “green” sopra l’azienda. Dovrebbe significare rendere comprensibile una direzione reale, costruire consapevolezza, dare forma a una visione coerente e aiutare le persone a leggere con maggiore chiarezza la complessità contemporanea.
In questo senso la comunicazione non è il problema del greenwashing. Può diventarlo solo quando viene utilizzata per compensare l’assenza di struttura.
Perché oggi il rischio reputazionale non nasce soltanto da dichiarazioni false. Nasce anche da semplificazioni eccessive, posizionamenti opportunistici, linguaggi costruiti e distanze evidenti tra racconto e realtà operativa.

In molti casi il greenwashing contemporaneo non è una manipolazione intenzionale. È un problema di progettazione della comunicazione.
Si costruisce prima il linguaggio. Solo dopo si cerca di costruire la sostanza.
Ma la credibilità funziona nel modo opposto.

La comunicazione non dovrebbe inventare la sostenibilità. Dovrebbe renderla leggibile.
Ed è probabilmente questo il cambiamento più importante della comunicazione ESG contemporanea.
La sostenibilità non può più essere trattata come una sezione del sito, una campagna o un documento annuale. Deve diventare una struttura riconoscibile all’interno dell’azienda e del suo modo di operare.

Perché oggi clienti, stakeholder, collaboratori e investitori percepiscono con sempre maggiore facilità la distanza tra rappresentazione e realtà.
E quando questa distanza aumenta, il brand perde autorevolezza.

Le aziende più credibili nei prossimi anni non saranno quelle che parleranno di più di sostenibilità.
Saranno quelle in cui sostenibilità, processi, cultura e comunicazione appariranno coerenti tra loro.