La sostenibilità è diventata un linguaggio.
E quando un linguaggio si diffonde troppo velocemente, rischia di perdere precisione.
Negli ultimi anni le aziende hanno iniziato a parlare sempre più di impatto, responsabilità, valori, transizione, purpose. Ma più il linguaggio ESG si è diffuso, più è diventato difficile distinguere la sostanza dalla rappresentazione.
Oggi il problema non riguarda soltanto il greenwashing inteso come pratica scorretta.
Riguarda qualcosa di più sottile.
La distanza tra ciò che un’azienda è e il modo in cui sceglie di rappresentarsi.
Molte organizzazioni non stanno necessariamente mentendo. Stanno però utilizzando un linguaggio sostenibile senza averne realmente costruito la struttura. Ed è qui che nasce il problema. Perché la sostenibilità non è un tone of voice, né un’estetica, né un insieme di parole corrette. È una questione di coerenza tra cultura, processi, governance, decisioni e comunicazione.
Quando questa coerenza manca, anche il linguaggio più corretto rischia di apparire artificiale.
Per anni la sostenibilità è stata raccontata attraverso codici visivi e narrativi molto riconoscibili. Colori, immagini naturali, lessico etico, promesse di cambiamento, dichiarazioni di impegno. Con il tempo però questi codici si sono standardizzati, fino a diventare spesso intercambiabili.
E quando tutto comunica sostenibilità nello stesso modo, la comunicazione smette di costruire fiducia.
Diventa rumore.
Questo però non significa che la comunicazione abbia perso importanza. Anzi.